Waterworld, il distopico trash che in fondo ci piace  

  Waterworld

Me lo ricordo ancora quando uscì Waterworld al cinema: facevo le elementari e intorno a Kevin Costner aleggiava ancora l’alone di miticità di Robin Hood, il Principe dei Ladri.
Siccome già all’epoca il genere post apocalittico-distopico-trash mi affascinava, benché non fossi ancora capace di identificarlo come tale, il film mi piacque. Fui perciò dispiaciuta quando, qualche mese dopo, Waterworld diventò per tutti il film che aveva mandato in vacca Kevin Costner. A quel tempo attribuii il motivo dell’insuccesso all’ambientazione del film e conclusi che vivevo in un mondo in cui alla gran parte della gente faceva schifo quello che a me piaceva (e non era una conclusione sbagliata).

Waterworld me lo sono rivisto l’altra sera, durante un attacco di nostalgia per gli anni ’90, e ho capito tante cose che all’epoca mi erano sfuggite.
Tanto per cominciare, non è stata l’ambientazione apocalittico-distopica a far sì che il film fosse un flop (che poi tanto un flop non è stato, visto che i suoi 260 milioni di dollari se li è portati a casa). Le scenografie, anzi, sono molto belle: dalle città galleggianti in stile dieselpunk ai combattimenti in mare aperto con le moto d’acqua fino al look madmaxiano dei cattivi, gli scenari di Waterworld la loro porca figura la fanno anche a più di vent’anni di distanza.
No, in realtà i motivi del fallimento sono altri. E non c’entra il fatto che in Waterworld Kevin Costner ha la pettinatura più ridicola di sempre.

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Il primo motivo è senz’altro la recitazione. Fa venire voglia di cavarsi gli occhi.
Nonostante Kevin Costner in questo film ci abbia messo il cuore e l’anima, si è fatto prendere un po’ troppo la mano dalla modalità antieroe incazzoso e musone. In fondo con Robin Hood gli era andata bene, avrà pensato che fosse una buona idea rifarlo in Waterworld.
Anche Dennis Hopper, il villain del film, non fa una gran performance: a guardarlo in Waterworld viene da pensare che sia rimasto affezionato al suo ruolo di supercattivo in Super Mario Bross.
Non si salvano nemmeno Jeanne Tripplehorn e la piccola Tina Majorino, che nonostante la giovane età all’epoca aveva già tre film alle spalle.
Il migliore in campo probabilmente è il vecchietto che misura il livello del petrolio nella base degli Smokers.

L’altro motivo per cui Waterworld è stato percepito come un fallimento non sta proprio nel film, ma piuttosto intorno: scopro infatti che ci sono stati parecchi problemi di produzione che hanno portato a sforare ripetutamente il budget (che da 100 milioni è passato a 175 milioni di dollari) e hanno generato non poche tensioni sul set.
C’è poi stato l’abbandono del film da parte del regista Kevin Reynolds, grande amico di Kevin Costner finché non si sono allegramente mandati al diavolo a fine riprese, cosa che ha costretto Costner a improvvisarsi regista nella fase di post-produzione.
Questi travagli produttivi hanno in parte affossato il cammino del film, facendo sì che, davanti allo scarso entusiasmo che suscitò in USA, si gridasse subito al flop.

Hopper

Il mio giudizio dopo averlo rivisto è che Waterworld sia un film affascinante per molti motivi, a cominciare dal fatto che un mondo completamente coperto d’acqua, in cui gli esseri umani sopravvivono a stento tra mancanza di cibo e acqua potabile e scorribande feroci, suscita ancora una grande suggestione.
I difetti però ci sono e sono anche tanti, dalla trama trita e ritrita (perfino per il 1995) del brutto ceffo contro ceffi-ancora-più-brutti alla recitazione disastrosa fino ai personaggi femminili stereotipatissimi.
Eppure, riguardandolo dopo tanti anni e alla luce delle produzioni cinematografiche più recenti, devo dire che, se Waterworld ha una virtù, è quella di essere un film distopico onesto. Il protagonista è un cattivo dal cuore d’oro con lo sporco incrostato addosso e gli abiti laceri, che incontra dei cattivi dal cuore cattivo con lo sporco incrostato addosso e gli abiti laceri. Il tutto sullo sfondo di luoghi devastati dalle catastrofi in cui dalla mattina alla sera è tutto un esplodere e un massacrare. Sarà, ma io la fantascienza distopica me la sono sempre immaginata così, piuttosto che nella variante piena di ragazzine bellissime e abilissime dei film dell’ultima decade. L’onnipresenza degli adolescenti nei film distopici di oggi onestamente ha rotto le scatole. Sembra che, se non ci sono dei sedicenni di mezzo, i film non se li debba cagare nessuno.
Ecco perché mi sento di dire che Waterworld tutto sommato una riguardata se la merita: è un film che dimostra che le distopie possono ancora essere rivolte agli adulti e non solo ai teenagers (che è anche il motivo per cui ho adorato Mad Max Fury Road).

Insomma, datevi una botta di vita con un po’ di sano trash anni ’90 e riguardatevi Waterworld.

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